Un passo dopo l’altro


“Ci aspetta una strada di terra battuta, lunga, interminabilmente lunga: dodici chilometri in mezzo ai campi, nessuna tappa intermedia. Come faremo? Però il paesaggio merita davvero, sono dolci colline, prati, campi di grano, vigneti, verde brillante, oro, azzurro. Poco a poco torna il sole e poco a poco i dubbi scompaiono. Questo, era quello che cercavo: sentirmi così, senza pensieri, un passo dopo l’altro, occupandomi solo di guardarmi attorno e lasciarmi trasportare da tanta bellezza. Devo trovare un modo per far sì che questa sensazione rimanga sempre dentro di me.

“Mamma!”
“Dimmi, bambino!”
“Niente, è bello camminare con te.”

Mi sorride con gli occhi, mi dà la mano. Siamo felici.
All’improvviso, ho la risposta alla mia domanda. Come faremo? Semplice, un passo dopo l’altro.”

(Fotografie e testo di Elisabetta Orlandi – Tutti i diritti riservati)

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, Milano, 2012

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Regali


 

 

“Ci inventiamo un gioco: ognuno di noi deve trovare nel paesaggio una cosa bella da regalare all’altro. Dopo neanche mezz’ora sono la fortunata proprietaria di tre bellissime nuvole di panna, un albero lontano con la chioma ampia che sfiora il suolo, e poi un’infinità di papaveri e fiordalisi. A mio figlio, invece, regalo tutto l’azzurro del cielo, il canto delle rondini e l’acqua che scorre in un ruscelletto a lato del campo.”

 

(Fotografia e testo di Elisabetta Orlandi – Tutti i diritti riservati)

 

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, Milano, 2012

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Gioielli


“Il cammino è agevole, oggi, non fosse per il ginocchio sinistro che mi duole leggermente, suppongo a causa della discesa di ieri pomeriggio. Non importa, così ho la scusa per fermarmi e scattare mille foto al mare di grano che ondeggia nel vento lieve, ai papaveri color rubino, alla linea sinuosa delle colline verdi e dorate, alle soffici nubi che veleggiano in alto. Poi, l’obiettivo indugia su un’esile pianta d’avena selvatica, cresciuta sul ciglio della strada, e ritrae un istante di pura bellezza: la perfetta composizione del fusto sottile e dei rami delicati, le spighette appese come fragili decorazioni, il contrasto tra il suo brillante colore smeraldino e l’oro del campo sullo sfondo. Sarà il mio gioiello di oggi, un piccolo capolavoro di equilibrio ed eleganza che indosserò con lo sguardo e restituirò al mondo sotto forma di sorriso.”

(fotografia e testo di Elisabetta Orlandi – Tutti i diritti riservati)

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, Milano, 2012

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Affratellamento


“Che strano, il Cammino: in un altro contesto ci si scambierebbe un “buongiorno” di circostanza, un sorriso rapido o poco più. E non ci si siederebbe a chiacchierare. In fondo, mica ci si conosce. E invece il saluto è spontaneo, il sorriso è indispensabile complemento delle parole, la connessione muta e immediata, come quando si cammina in montagna. Anzi: dopo neppure una settimana di Cammino, intuisco che l’affratellamento non nasce solo dalla fatica del salire verso la vetta. Dev’essere soprattutto legato alla discesa – graduale, o repentina e dolorosa – verso la propria profondità di essere umano, spogliato di tutti gli orpelli e uguale ad ogni altro nell’essenza.”

(Fotografia e testo di Elisabetta Orlandi – Tutti i diritti riservati)

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, Milano, 2012

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Flechas amarillas


“Un bivio, l’incertezza sulla direzione da seguire. Ma basta guardare bene ed ecco apparire la freccia gialla, la flecha amarilla: il simbolo del Cammino, la nostra migliore amica. Pare una stupidaggine, però il cuore fa un salto, quando la vedi: sai che sei sulla strada giusta, che qualcun altro è passato di qui prima di te, che prima o poi si arriva.”

(Fotografia e testo di Elisabetta Orlandi – Tutti i diritti riservati)

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, 2012

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Reader’s Bench


Oggi è uscita questa recensione, a cura di Claudia Peduzzi per Reader’s Bench (pp. 64-67):

http://issuu.com/readersbench/docs/magazine_primavera_2013_issuu/65?e=4078009/2970161

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L’incredibile accade


“La nebbia ci regala un po’ di tregua dalla pioggia. Attraversiamo un altro paesino popolato da greggi di pecore, con una bella fontana lunga e stretta, di pietra. Poi, inizia una salita che mi fa dubitare della mia capacità di giudizio: come ho potuto pensare di proporre ad un nanetto di otto anni una passeggiata di mille chilometri? Non saranno mica tutte così le tappe, vero? Non so a chi lo chiedo, la “me stessa” cui ero abituata dev’essere rimasta da qualche parte tra l’aeroporto e il versante francese dei Pirenei, e questa di adesso appena la conosco: si sente fortissima, e ride contenta guardando la salita. Dice: “Dai, Johann! Ce la faremo!” O è pazza, o si è stufata di avere paura, di pre-occuparsi.
E anche questo bambino, non lo conoscevo: sapevo che era molto coraggioso, già solo per aver deciso di venire al mondo. Si è fidato di me fin dal principio, microscopica creatura nascosta nel mio ventre, e si fida adesso, gli basta che gli dia un bacino, che stringa la sua mano e via, affronta tutta la salita con passo gagliardo! Incredibile. Ma l’incredibile accade.”

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, 2012

(fotografia e testo di Elisabetta Orlandi – Tutti i diritti riservati)

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Il cammino continua…


Ecco l’intervista di Laura Costantini, per Scrivendo Volo:

http://www.scrivendovolo.com/scrivere-donna-37-intervista-a-elisabetta-orlandi-di-laura-costantini/

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Un albero nella nebbia


3 giugno, mattino

“Apro la zip della tenda: una fittissima nebbia regala al paesaggio una dimensione surreale. L’aria profuma di montagna, di erba bagnata, di terra. I rumori arrivano ovattati, svaporano nel grigio. Non si riconoscono i contorni delle cose, gli alberi sembrano prendere forma poco a poco e poi mutarsi in creature fiabesche.
Uno, in particolare, richiama la mia attenzione: un grande faggio, isolato, dal tronco forte ed i rami aperti nel grigio perla dell’alba, al limite tra realtà ed immaginazione. Non so perché mi attiri tanto, sembra voglia dirmi qualcosa: è come se mi sussurrasse parole di incoraggiamento, di conforto.
Ora, io con gli alberi ci ho sempre parlato, mi sento un po’ albero anch’io: radici forti, piantate nella terra scura, e rami svettanti ad accarezzare il cielo, a danzare nel vento. Ci guardiamo, io e questo bellissimo faggio dei Pirenei, e poi mi regala un sorriso, un abbraccio di rami, la sensazione che anch’io, come lui, emergerò poco a poco dalla nebbia, troverò il mio posto nel mondo.”

 

(Fotografia e testo di Elisabetta Orlandi – Tutti i diritti riservati)

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, 2012

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Primi passi


2 giugno, e l’anno non importa…

“Siamo gli unici a passeggiare per il paesello: i pellegrini arrivati ieri sono certamente partiti all’alba, quelli di oggi devono ancora arrivare, la gente del posto è al lavoro, a scuola… Ho la sensazione di essere fuori dal tempo, fuori dal mondo: non sono in nessuno dei luoghi in cui dovrei essere, non sto percorrendo il cammino, non sto portando lo zaino, non sono al lavoro, non sto producendo alcunché di utile per la società, non… Non mi importa, sono qui con mio figlio, stiamo aspettando il momento di partire. Godiamoci l’attesa.”

“Entriamo all’Accueil. Alla mia occhiata interrogativa la signora risponde con aria desolata che nessuno dei pellegrini appena arrivati ha voluto proseguire con il taxi, rimane qualche posto ad Orisson, il rifugio a metà montagna, così hanno tutti iniziato la scalata, sono già partiti. Tutti.
Io guardo perplessa Johann, mi chiedo: “ E noi?”
Noi partiamo, adesso!

È mezzogiorno in punto.
Piove, una pioggia sottile, insistente, di quelle che ti inzuppano fin dentro le ossa.
“Hai freddo, Johann? E l’orecchio, ti fa ancora male?”
Mi guarda, mi sorride allegro, dice di no. L’otite sembra davvero scomparsa. Miracolo della medicina moderna? Voglia di iniziare il cammino? Appoggio le labbra alla sua fronte, il gesto di tutte le madri del mondo per “sentire” la febbre. Fresco come una rosa, il mio bambino.
Allora mi viene un’idea. Da pazzi.
Niente taxi. Il Cammino inizia adesso. A Roncesvalles ci andiamo a piedi.

Raccolgo lo zaino che avevo appoggiato sul muretto fuori dall’Accueil, metto in una sacca di stoffa azzurra la borsa di plastica del supermercato con i succhi di frutta, lo yogurt, le brioches, i panini, il prosciutto, le sottilette. Pesante. Altroché. Ma mica posso rischiare. La tappa è lunga, avremo fame. Chi ci darà da mangiare?

Johann si gira di scatto e mi chiede, insospettito: “Senti, mamma, ma… il taxi? Dove lo prendiamo?”
Io: “Ti va se andiamo a piedi? Te la senti?”
La mia folle domanda riceve la risposta più bella del mondo: “Sìììì!!!!!!!”
Detto, fatto. Zaini in spalla, sacca a tracolla, bastone in pugno. Sotto la pioggia, felici felicissimi!
La strada principale, rue de la Citadelle, è tutta in discesa – in discesa adesso, ieri la vedevo tutta in salita: che basti solo cambiare prospettiva?
I sanpietrini sono lucenti di pioggia e le case, queste casette bianche dalle imposte dipinte di verde scuro o di rosso mattone, quanti pellegrini avranno visto passare, prima di noi?
La commozione mi chiude la gola, siamo davvero in cammino!
Mille pensieri si affastellano nella mia testa, nessuno con un senso compiuto. Sono abbozzi, immagini, sensazioni contrastanti. Mi sento sull’orlo di… no, non di un precipizio, non c’è paura dell’inevitabile caduta. È piuttosto l’emozione di toccare un sogno con le mani, camminarci dentro, sentirmi viva e totalmente presente all’istante più speciale del mondo, proprio questo, il cui ritmo è marcato dai nostri passi sul selciato scivoloso. E queste gocce, saranno pioggia o lacrime? Sorrido.
In fondo alla via, in fondo al paesello, ecco la Porte de Saint Jean: antiche pietre disposte a forma d’arco, un arco che ci lancia come frecce sorridenti verso la salita più ripida di tutto il Cammino!
Sono milletrecento metri di dislivello in diciotto chilometri, arrampicandosi per la montagna. E poi altri nove chilometri in discesa, per coprire un dislivello di cinque-seicento metri. E il mio zaino pesa almeno sedici chili. E mio figlio ha otto anni. E allora meglio non pensarci e continuare a camminare.”

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, 2012

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