Primi passi

2 giugno, e l’anno non importa…

“Siamo gli unici a passeggiare per il paesello: i pellegrini arrivati ieri sono certamente partiti all’alba, quelli di oggi devono ancora arrivare, la gente del posto è al lavoro, a scuola… Ho la sensazione di essere fuori dal tempo, fuori dal mondo: non sono in nessuno dei luoghi in cui dovrei essere, non sto percorrendo il cammino, non sto portando lo zaino, non sono al lavoro, non sto producendo alcunché di utile per la società, non… Non mi importa, sono qui con mio figlio, stiamo aspettando il momento di partire. Godiamoci l’attesa.”

“Entriamo all’Accueil. Alla mia occhiata interrogativa la signora risponde con aria desolata che nessuno dei pellegrini appena arrivati ha voluto proseguire con il taxi, rimane qualche posto ad Orisson, il rifugio a metà montagna, così hanno tutti iniziato la scalata, sono già partiti. Tutti.
Io guardo perplessa Johann, mi chiedo: “ E noi?”
Noi partiamo, adesso!

È mezzogiorno in punto.
Piove, una pioggia sottile, insistente, di quelle che ti inzuppano fin dentro le ossa.
“Hai freddo, Johann? E l’orecchio, ti fa ancora male?”
Mi guarda, mi sorride allegro, dice di no. L’otite sembra davvero scomparsa. Miracolo della medicina moderna? Voglia di iniziare il cammino? Appoggio le labbra alla sua fronte, il gesto di tutte le madri del mondo per “sentire” la febbre. Fresco come una rosa, il mio bambino.
Allora mi viene un’idea. Da pazzi.
Niente taxi. Il Cammino inizia adesso. A Roncesvalles ci andiamo a piedi.

Raccolgo lo zaino che avevo appoggiato sul muretto fuori dall’Accueil, metto in una sacca di stoffa azzurra la borsa di plastica del supermercato con i succhi di frutta, lo yogurt, le brioches, i panini, il prosciutto, le sottilette. Pesante. Altroché. Ma mica posso rischiare. La tappa è lunga, avremo fame. Chi ci darà da mangiare?

Johann si gira di scatto e mi chiede, insospettito: “Senti, mamma, ma… il taxi? Dove lo prendiamo?”
Io: “Ti va se andiamo a piedi? Te la senti?”
La mia folle domanda riceve la risposta più bella del mondo: “Sìììì!!!!!!!”
Detto, fatto. Zaini in spalla, sacca a tracolla, bastone in pugno. Sotto la pioggia, felici felicissimi!
La strada principale, rue de la Citadelle, è tutta in discesa – in discesa adesso, ieri la vedevo tutta in salita: che basti solo cambiare prospettiva?
I sanpietrini sono lucenti di pioggia e le case, queste casette bianche dalle imposte dipinte di verde scuro o di rosso mattone, quanti pellegrini avranno visto passare, prima di noi?
La commozione mi chiude la gola, siamo davvero in cammino!
Mille pensieri si affastellano nella mia testa, nessuno con un senso compiuto. Sono abbozzi, immagini, sensazioni contrastanti. Mi sento sull’orlo di… no, non di un precipizio, non c’è paura dell’inevitabile caduta. È piuttosto l’emozione di toccare un sogno con le mani, camminarci dentro, sentirmi viva e totalmente presente all’istante più speciale del mondo, proprio questo, il cui ritmo è marcato dai nostri passi sul selciato scivoloso. E queste gocce, saranno pioggia o lacrime? Sorrido.
In fondo alla via, in fondo al paesello, ecco la Porte de Saint Jean: antiche pietre disposte a forma d’arco, un arco che ci lancia come frecce sorridenti verso la salita più ripida di tutto il Cammino!
Sono milletrecento metri di dislivello in diciotto chilometri, arrampicandosi per la montagna. E poi altri nove chilometri in discesa, per coprire un dislivello di cinque-seicento metri. E il mio zaino pesa almeno sedici chili. E mio figlio ha otto anni. E allora meglio non pensarci e continuare a camminare.”

da Unmilioneottocentomila passi. Io, il mio bambino e il Cammino di Santiago, E. Orlandi, Edizioni Paoline, 2012

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Informazioni su Elisabetta Orlandi

Leggo, scrivo, racconto, traduco.
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